Patrizia Fregonesi, membro di EWA (European Women Audiovisual Network)

Sono qui per  parlare della “Questione femminile”, un tema molto dibattuto in tempi di femminismo.

Per cui qualcuno dirà, basta, non se ne può più. E’ roba vecchia. E in-vece no. Se ne deve parlare, perché mai come oggi il tema è attuale. Il tema del ge-nere, il tema della diversità. Siamo sempre di più, in un mondo eterogeneo, fatto di mille sfaccettature e diversità. E la diversità è ricchezza, è un modo per aprire il pic-colo io e confrontarsi.  Ma c’è ancora bisogno di lavorarci su.  Ed Ewa questo fa: EWA  (European Women Audiovisual Network ) è un network internazionale di donne nell’audiovisivo che  si propone di rivoluzionarne il mondo per creare un mi-gliore equilibrio fra i generi, creando ponti , informando e mettendo in contatto le donne del settore per creare la “rete” necessaria. La strada da fare è ancora lunga , ma l’importante è il primo passo.

Secondo le Nazioni Unite e il recente studio dell'Annenberg School of Communica-tion and Journalism dell'Università della California del  Sud, nella storia degli Oscar, solamente 4 donne hanno avuto la nomination all'Oscar per la miglior regia: la prima di queste, nel 1976 fu l'italiana Lina Wertmùller, con il film Pasqualino sette bellezze . L'unica a vincere però è stata Kathryn Bigelow nel 2010.  In 85 anni solo 7 donne hanno vinto l'Oscar per il  Miglior Film, tutte in co-produzione con uomini. Il 77% dei votanti sono uomini.
The Guardian, in un articolo del 22 Luglio 2015 riportava che le statistiche rivelavano un dato allarmante: una reale carenza di donne, in tutti i livelli del settore audiovisivo, dalle produzioni cinematografiche  alle  troupes, formate dal 75% di uomini. Il para-dosso dell’era moderna è che la disparità di genere è in aumento. Nel mondo, solo il 7% sono registe, il 10% in politica, il 5% giudici e il 13,9 % sono alti dirigenti. L’anno scorso il Mibact, insieme a EWA ha condotta la prima ricerca del genere in Italia e i dati sono stati non solo confermati. Addirittura è emerso che in Italia molte donne neanche se lo consentono di osare la regia. C’è una forma di auto-limitazione che emerge dai dati.

Il punto è che c’è un gap: manca un pezzo dell’universo: il punto di vista femminile.

Geena Davis, negli USA, a capo del Geena Davis Institute on Gender in Media af-ferma: “Le donne, nel mondo, sono seriamente sotto rappresentate, in quasi tutti i settori della società,  ma nel lasso di tempo che occorre per fare un film,  noi possia-mo cambiare il nostro futuro.” E difatti con la sua fondazione , insieme a Google.org ha sponsorizzato una ricerca che ha inventato il Gender Gap , un algoritmo che cal-cola esattamente il tempo di presenza in video e il tempo di parola di attori e attrici. Si è scoperto che molte pellicole con protagoniste femminili, in realtà danno più spazio e fanno parlare di più gli uomini in scena…
Ci auspichiamo che un domani non avremo più bisogno del Gender Gap, ma per il momento : brava Geena ! Vorremmo averlo anche in Italia. Ci auspichiamo, per il fu-turo che ci siano sempre più produttori cheabbiano a cuore le tematiche femminili e  con la rete di  EWA ci sentiamo meno sole nel nostro settore.

Nel nostro  mondo moderno e democratico subiamo spesso una violenza, a volte evidente, a volte sottile,  magari impercettibile, ma che noi donne percepiamo molto bene nelle parole di alcune persone, nei gesti di alcune persone, nello sguardo o nei comportamenti di alcune persone. Non sempre sono dirette e/o  distruttive, ma co-munque possono minare l’autostima, il rispetto di noi stesse donne, le nostre oppor-tunità o i nostri incontestabili diritti e dunque la capacità di andare avanti e raggiunge-re i nostri obiettivi. E quindi recano danno al mondo, non solo a noi donne, recano danno a tutti.  Per questo motivo ringrazio questo Festival e il suo curatore per aver-mi dato l’opportunità di parlare di diversità. Forse la diversità è solo nello sguardo di chi guarda e non nell’altra persona.